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La guerra nelle parole di un medico ucraino in Italia

Il Dottor Rostyslav Boyko ha lanciato un appello per raccogliere fondi a sostegno dei colleghi che sono impegnati a fronteggiare quella che, secondo molti, potrebbe diventare presto una catastrofe umanitaria.

Intervista al Dr. Rostyslav Boyko

Il Dottor Rostyslav Boyko è un giovane ucraino che nel 2010, a 16 anni, ha deciso di lasciare il suo Paese e di trasferirsi in Italia. Oggi è un medico che frequenta la scuola di specializzazione a Modena, dove vive con sua moglie. Sconvolto dall’invasione dell’Ucraina da parte dell’esercito russo, ha lanciato un appello per raccogliere fondi a sostegno dei colleghi che sono impegnati a fronteggiare quella che, secondo molti, potrebbe diventare presto una catastrofe umanitaria.

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Da quanto tempo abita in Italia e perché ha scelto di viverci?

Vivo stabilmente in Italia dal 2010. La visitai per la prima volta nel 2007, avevo 13 anni. Venni a trovare mia mamma, che vi si era trasferita nel 2001. Io abitavo in Ucraina, a Ivano-Frankivs'k, accudito da mia nonna, mentre lei insegnava pianoforte qui in Italia. Mia mamma è una musicista e fu costretta a lasciare l’Ucraina per tentare di darmi la possibilità di un futuro migliore. Nel 2001 l’Ucraina era un Paese che aveva conquistato l’indipendenza da pochi anni, si trovava in un periodo storico critico, che vedeva al governo un continuo alternarsi di forze politiche, con conseguente scarsa stabilità economica e sociale. A causa della grave situazione generale, molti tentarono la fortuna all’estero, e tra questi c'era anche mia mamma.
Quando venni in Italia per la prima volta, nel 2007, fu davvero una grande emozione. Prima di tutto perché, dopo tanto tempo, potei riabbracciare mia madre. In secondo luogo perché mi innamorai subito dei posti e delle persone. Nei tre anni successivi trascorsi le estati in Italia, venivo a trovare mia mamma durante le vacanze. Il resto dell’anno lo passavo a casa mia, in Ucraina. A me piaceva viverci. Ma arrivò il 2010, vinse le elezioni presidenziali  Viktor Janukovyč, cambiarono molte cose per l’Ucraina, e per me. Uno dei primi atti del nuovo presidente fu quello di incarcerare la leader dell’opposizione, Julija Tymošenko (nell'aprile 2013 una sentenza della Corte europea dei diritti dell'uomo dichiarò illegale la detenzione, ndr). Io avevo solo 16 anni, ma compresi subito che la situazione sarebbe peggiorata, che rimanere in Ucraina avrebbe potuto compromettere la possibilità di costruire liberamente il mio futuro. Decisi di andare via. Oggi, a distanza di anni, non credo di aver abbandonato il mio Paese, scelsi di andare via per poter studiare e poter essere utile all'Ucraina un giorno, in qualche modo, magari anche vivendo lontano.
Trascorsi i miei primi anni italiani a Gubbio, con mia mamma. Poi andai ad abitare a Firenze, dove mi iscrissi alla facoltà di medicina e chirurgia. Sognavo di fare il medico fin da bambino. Oggi vivo a Modena, dove frequento la scuola di specializzazione in Allergologia ed Immunologia Clinica. Mi piace il mio lavoro, nonostante abbia iniziato a fare il medico in piena pandemia di COVID-19 - è stato davvero pesante, un vero battesimo di fuoco. Mi trovo bene con i colleghi, mi piace Modena, la mia nuova città. A dire il vero mi sono sempre trovato bene in Italia, in ogni posto in cui ho vissuto. Lo scorso dicembre sono riuscito a ricongiungermi con la mia fidanzata, originaria di Odessa. Ci siamo sposati, grazie al cielo lei ora è qui con me al sicuro, in Italia. Se per qualche motivo ci fossimo sposati più tardi, oggi lei sarebbe in Ucraina, sotto i colpi dei missili russi.

Cosa ha fatto giovedì scorso, appresa la notizia dello scoppio della guerra?

Non sono stato colto di sorpresa. Da circa tre mesi, ogni mattina mi svegliavo e, con ansia, leggevo le notizie sui vari siti d’informazione. Chi è ucraino, come me, non si è stupito di questo attacco. E lo stesso vale per chi studia la storia e conosce le dinamiche che si innescano quando in campo ci sono personaggi come il presidente russo, che non voglio nemmeno nominare. Temevo che l’attacco venisse sferrato immediatamente dopo i Giochi Olimpici invernali di Pechino, come successe nel 2014, quando ci fu la crisi di Crimea (il 23 febbraio 2014, giorno in cui si chiudevano le Olimpiadi di Sochi, le forze speciali russe iniziavano l’invasione della penisola di Crimea, ndr). Non ho sbagliato di molto.
Da mesi, ogni mattina, tiravo un sospiro di sollievo dopo aver letto le notizie prima di far colazione. “Per ora tutto bene”, mi dicevo. Ma il sentimento che provavo appena sveglio, quando prendevo in mano il telefono, era qualcosa che andava oltre l’ansia, oltre la preoccupazione, non esistono parole per spiegarlo. Ogni giorno pregavo Dio perché non succedesse. Poi è successo, e mi è crollato il mondo addosso. Come potevo svegliare mia moglie, che dormiva accanto a me, e dirle che il nostro Paese era sotto attacco? Alle cinque del mattino la gente di Kyïv era stata svegliata dai colpi esplosi dall’artiglieria russa.
Quel risveglio è stato terribile per me, di puro terrore per mia moglie, che ha sua mamma e sua sorella ad Odessa, uno dei principali obiettivi militari dei Russi. Non riuscivamo a metterci in contatto con loro, temevamo il peggio. Alla fine siamo riusciti ad avere loro notizie, stavano bene.
 

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Il Dr. "Rostyk" Boyko il giorno del suo matrimonio

 

Quella mattina sono arrivato tardi al lavoro, non potevo seguire la mia routine come se nulla fosse. Ringrazio i miei colleghi, che mi hanno sostituito al lavoro, sono stati splendidi. Abbiamo cercato di metterci in contatto con parenti e amici, per tutta quella infinita giornata. Da giovedì, ogni mattina è un incubo. Mi sveglio, leggo le notizie sui vari siti, vedo video e foto di bombardamenti, mi dispero per la morte di tante persone, di tanti civili. Non stanno attaccando solo le basi militari, i depositi di armi, stanno attaccando le città, le persone. I militari russi sono persino entrati nell’area della centrale nucleare di Chernobyl. Anche la guerra ha le sue regole, se non le rispetti non è più guerra, ma terrorismo.

Tra le persone che conosce c’è qualcuno che sta cercando di lasciare l’Ucraina?

Tra le persone che conosco, finora nessuno ha lasciato l’Ucraina. C’è molta paura, ma c’è anche tanta rabbia. Chi è lì vuole difendere la propria famiglia, le proprie cose. I maschi tra i 18 e i 60 anni, comunque, non potrebbero abbandonare l’Ucraina, perché potrebbero essere chiamati a combattere. Un ragazzo di 18 anni fa la quarta superiore, non riesco proprio ad immaginarlo con un fucile in mano. Mi sembra un’immagine folle, eppure potrebbe succedere.
So di molti che si stanno spostando nella zona occidentale dell’Ucraina, che ora è abbastanza tranquilla perché i bombardamenti sono concentrati su Kyïv, su Odessa, su Kharkiv, su altre città della zona orientale e meridionale. La parte di Ucraina più vicina ai Paesi NATO è, per ora, la più tranquilla. Tutti questi paesi, Polonia in testa, chiedono a gran voce di sostenere l’Ucraina, perché tutti questi Paesi ricordano bene il periodo sovietico e temono la Russia.
C’è molta solidarietà verso il popolo ucraino, anche alle frontiere. Da Odessa, dove è nata mia moglie, molti cercano di rifugiarsi in Romania. Per fortuna senza grandi difficoltà al confine. So di una poliziotta che non ha potuto abbandonare l’Ucraina, ma che è riuscita comunque a far attraversare il confine a suo figlio, affidandolo ad amici. In tempi normali non sarebbe stato possibile, ma per fortuna molti comprendono il dramma che si sta vivendo in Ucraina.

Il sistema sanitario ucraino è in grado di sopportare un evento tanto devastante come una guerra?

No. Quando una nazione vive periodi di crisi, quando i governi mancano di visione e strategia, i primi settori istituzionali che vanno in sofferenza sono l’istruzione e la sanità. Sono due settori dove spesso è facile fare tagli, risparmiare denaro per indirizzarlo altrove. L’Ucraina non fa certo eccezione. Vive una situazione di crisi e instabilità politica da decenni, ovvio che la sanità ne abbia risentito. Nessun governo l’ha mai organizzata, finanziata, difesa.
Il costo della vita in Ucraina, per molti aspetti, non è tanto diverso dall’Italia, ma un medico in Ucraina guadagna circa 450 euro al mese. C’è anche chi guadagna meno. Per mettere insieme uno stipendio ci sono anche quelli che hanno impieghi in 4-5 posti diversi. Io considero i medici ucraini degli eroi, perché nonostante tutto si sono sempre impegnati per curare al meglio i loro pazienti, con quello che hanno a disposizione, facendo quello che si può fare, al massimo delle poche possibilità.
Lo stato non investe risorse nella sanità. Conosco dei colleghi, specializzandi di malattie infettive, che non hanno a disposizione guanti monouso. Per visitare i loro pazienti con un minimo di protezione, pazienti che spesso hanno patologie infettive anche molto contagiose e pericolose, devono comprarsi i guanti. In alcune città dell’Ucraina si può arrivare in ospedale con un infarto miocardico acuto ed essere curati solo se i familiari riescono a procurarsi i farmaci. Questo avviene anche nella mia città, che è un capoluogo regionale.
Questo sistema sanitario ha dovuto affrontare la pandemia di COVID-19. Far fronte a questa crisi in una situazione di pregressa crisi è stato davvero difficile, come si può ben immaginare. Per fortuna gli aiuti internazionali, anche dell’Unione Europea, hanno permesso di comprare ventilatori e dispositivi vari per affrontare l’emergenza, almeno in parte. I medici ucraini sono stati davvero straordinari, non solo nel curare i pazienti, ma anche nel fare appelli per poter essere aiutati.
Non è difficile figurarsi che impatto possa avere una guerra su questa claudicante struttura sanitaria. So per certo che molti ospedali sono già senza medicinali. Proprio oggi, con i miei colleghi, che ringrazio infinitamente, siamo riusciti a raccogliere farmaci da mandare in alcuni centri medici. Li abbiamo inviati oggi, spero che tra qualche giorno possano essere usati in Ucraina per permettere a qualcuno di stare meglio. Ma è una goccia nel mare, la situazione è critica. E in più i missili russi non risparmiano gli ospedali e le ambulanze. Un gesto di crudeltà estrema.
Non bisogna poi dimenticare chi, per paura, evita di andare in ospedale, peggiorando patologie che, in tempi normali, una chance di guarigione, seppur minima, l’avrebbero avuta.

 

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Una croce rossa sul finestrino di un veicolo medico militare dell'esercito ucraino, Kyïv 15 ottobre 2021 - credit: Alex Puhovoy, Adobestock

Oggi cosa possono fare i medici italiani per aiutare i colleghi in Ucraina?

Io apprezzo davvero tanto la solidarietà che tutti stanno dimostrando nei confronti della popolazione ucraina. Ho lanciato un appello per raccogliere fondi e, dopo pochi minuti, erano già stati donati 600 euro. Sono rimasto a bocca aperta.
Ringrazio i miei colleghi medici, tutti gli operatori sanitari, ma anche chi fa altro nella vita e sta contribuendo ad aiutare l’Ucraina, in qualunque modo. In questo momento, nella mia testa ci sono immagini drammatiche della gente che viene uccisa, ma il mio cuore viene scaldato dalla solidarietà di tante persone, che a volte nemmeno conosco. Ho partecipato ad alcune manifestazioni organizzate dalla comunità ucraina in Italia. Insieme agli Ucraini c’erano tanti Italiani. So che molti colleghi sono scesi in piazza a manifestare, come me, altri stanno raccogliendo medicinali, altri ancora donazioni.
Cosa possono fare i medici italiani più di questo? Credo che se la guerra non finirà presto, molte persone dovranno essere portate fuori dall’Ucraina per essere curate. Già oggi in Ucraina ci sono donne che partoriscono i loro figli nelle cantine, perché hanno paura di attraversare le strade, di raggiungere gli ospedali, perché temono di essere vittime di un attacco. Non so se, come, quando arriveranno dei pazienti ucraini in Italia. Non so se i medici italiani possano fare qualcosa perché questo succeda presto. Di certo, già oggi, all’Ucraina servono le competenze dei medici italiani, le conoscenze, la loro esperienza, il loro tempo. Anche i loro ospedali e le loro attrezzature. Se si riuscissero ad organizzare trasporti sanitari si potrebbe dare speranza di sopravvivenza a chi, altrimenti, è condannato a non farcela. Forse i medici italiani potrebbero fare pressione perchè questi trasporti possano essere organizzati in tempi rapidi.

Qual è il pensiero che in questi giorni l’accompagna più spesso prima di andare a dormire?

In questa guerra l’esercito russo ha già ucciso 16 bambini. Una bambina di 5 anni è stata uccisa insieme ai genitori mentre cercava riparo in una città vicina. Quella bambina non sapeva nulla della Russia, della NATO, della Crimea. Voleva semplicemente vivere e avere un'infanzia felice come dovrebbe essere per ogni bambino del mondo, che viva in Europa, in Africa, in Asia, in qualunque angolo del pianeta. Ogni bambino ha il diritto di vivere ed essere felice, ha il diritto di giocare, di imparare, di sorridere, di fare tutto quello che un bambino deve fare. Di fare tutto quello che ho fatto io, che ritengo di aver avuto un’infanzia meravigliosa, nonostante le difficoltà. Ho tantissimi ricordi, ricordi che questa bambina non ha avuto il tempo di raccogliere.

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